Articoli / Critica dell'arte
24. Cristiana Pacchiarotti
E' l'alba del terzo millennio e, mentre termina il '900, quel secolo breve così denso di avvenimenti per noi profondamente coinvolgenti, agli artisti rimangono ben saldi in mente, nei pensieri, nelle viscere, nelle mani che stringono i pennelli, quegli oggetti-simbolo che, fin da piccoli, abbiamo imparato a riconoscere. Così, le scarpe assolutamente femminili scelte dalla Pacchiarotti, legate strette dalla corda, assurgono ad immagine di una femminilità prima esibita dalle rivendicazioni femministe di sessantottina memoria, poi calpestata e martoriata, da ogni tipo di violenza, non ultima quella psicologica. Si stagliano su sfondo bianco le calzature dipinte dell'artista, di un bianco che, più che purezza, evoca il colore scelto per simboleggiare il lutto e la morte dal popolo giapponese. La donna qui è isolata, cessa ogni rapporto con sé e con gli altri. Non c'è gioia in questa pittura, che unisce la padronanza dei mezzi tecnici all'assenza di introspezione spirituale, preferendo mostrare, cruda, immediata, la sofferenza. Nello stesso tempo, però, siamo di fronte ad una tecnica estetica rigorosa e coerente, l'olio, medium antico, che viene utilizzato per una resa quasi fotografica, ottenendo un effetto grafico simile alle campiture pubblicitarie: nulla, qui, è riservato alla spontaneità, a vantaggio di un rigore che mi piace definire, oltre che artistico, etico.
Testo per il catalogo Isolina e le altre..., edizione di Roma, Galleria Montoro, 2009

