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Articoli / Critica dell'arte

21. Giancarlo Martelli

Le prime opere di Martelli sono figurative, e mi riferisco ai ritratti ed alle nature morte che sono piene dalla bella forza della luce tutta fauves che particolarmente caratterizza questi soggetti (per esempio "Bosco a Miazzina" o "Ritratto di Vittoria"), eseguiti quando era ancora evidente la scuola del Maestro Mario Moretti Foggia. Martelli, fin dall'inizio della sua carriera artistica, si è sempre impegnato in ricerche che superano i limiti delle Avanguardie, e si è sempre mosso con estrema eleganza tra figurativo ed astratto, creando opere che invitano l'osservatore ad effettuare un viaggio in se stesso, un viaggio universale al di là del tempo e dello spazio: la partenza ed il destino di un percorso che sfida l'ignoto per addentrarsi nelle regioni insondabili del pensiero e dell'amore.
Le opere del nostro pittore si inseriscono in diverse categorie dell'arte contemporanea: tuttavia, Martelli ha sempre cercato una strada autonoma rispetto a questi movimenti, come il cubismo ed il fauvismo.

Nelle opere di Martelli, più tardi solo in apparenza astratte, la simbologia è ricca e complessa, come nel mazzo di una cartomante. Penso al ciclo "Scomposizione e Ricomposizione", in cui diversi lavori, ("Fantasia", "Polittico"), mi ricordano le opere di Chagall, soprattutto le vetrate: i colori sono tutti legati in un'armonia che ne costituisce il segreto e la loro inimitabile poesia. Martelli riesce a comunicare felicità e ottimismo tramite la scelta di colori vivaci e brillanti. Il suo mondo è colorato, proprio come se fosse visto attraverso una vetrata. Come Chagall, anche Martelli è nativo di un piccolo paese, Agrate Conturbia, e ritrovo l'impronta del grande pittore russo in "Viaggio inquietante" del nostro autore, nell'uso del blu, in quella bicicletta che ricorda gli oggetti del paese natale di Chagall, che sempre ritornano nelle sue tele, ne ha la stessa intensa, delicata poesia.

E' interessante anche la digressione che il nostro pittore effettua nello stile puntinista, in questo più simile a Signac che a Seurat, per la pennellata forte e densa che sostituisce le piccole campiture tipiche di Seurat, mi riferisco per esempio a "Orchestra scomposta" o addirittura a "Misteri nel Medioevo": in quest'ultimo lavoro, tra l'altro, mi piace immaginare che Martelli abbia voluto lasciare il puntinismo per compiere quel salto che Mondrian, grande esponende di De Stijl e dell'Astrattismo, ha lasciato incompiuto dopo l'ultima sua opera, "Victory Boogie-Woogie": dopo aver riassunto tutta la naturalità nei tre colori primari, più il bianco e il nero, e tutte le linee possibili nelle orizzontali e verticali, Mondrian scopre la danza, ricorda il ritmo, e rifrange ancora una volta i colori dello spettro, ma lì si ferma, si deve fermare. Martelli dà sicuramente il suo contributo alla continuazione di questa storia di linea e di colore, in una parola, di realtà.

Ma la parte più interessante del lavoro di Martelli è, a mio avviso, da ricercare negli "Uomini di carta". In questi lavori mi ha colpito l'elemento ludico, le carte da gioco, che sono indubbiamente diventate la cifra stilistica del nostro autore. Il compito del prestigiatore è quello di creare l'illusione di un accadimento magico nella mente dello spettatore. Lo scopo solitamente è quello di intrattenere il pubblico, generando sentimenti di meraviglia.
Così gli "uomini di carta" creano sulla tela luoghi protettivi, come privati palcoscenici caratterizzati da un bel rigore compositivo: i ritagli divengono strutture regolari di elemento segnici, combinati a formare incastri sempre ambivalenti tra sogno e realtà.

E' proprio quest'ultima parte della produzione di Martelli che può essere a mio avviso letta come un "Umanesimo contemporaneo", che si nutre di immaginazione, dialogando con la modernità.

Non posso, in ultimo, non ricordare la professione che Martelli ha svolto per tutta la sua vita: quella di medico, come, per esempio, un altro grande dell'arte, Alberto Burri. Un connubio molto particolare e non consueto, quello tra medicina e arte, che, quando avviene, porta in sé qualcosa di magico e meraviglioso, che sempre riguarda la storia dell'uomo, il suo essere fisicità e immaterialità. Il medico, nell'immaginario collettivo, è colui che ha raccolto l'eredità del sacerdote, del druido, colui che sa guarire, capire, che sa penetrare nelle fibre malate del corpo. E se Burri ne emerge coi suoi cretti di plastica e smalto, coi suoi sacchi bruciati, testimonianza della permanenza nei campi di concentramento, così Martelli ci regala i suoi "uomini di carta", eseguiti anch'essi con tecnica mista, quella del collage, come se la tela non fosse sufficiente per spiegare quella carica espressiva e quel potenziale inventivo che ci porta a riflettere sui più profondi significati esperienziali.

 

Testo critico per il catalogo personale dell'artista, 2012

 

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